giovedì 20 dicembre 2007

Antimassoneria marxista

Nell'ampio arco dei movimenti e delle istituzioni politiche, sociali e religiose che si opposero alla massoneria speculativa a partire dalla sua nascita, l'antimassoneria dei movimenti socialista e comunista rappresentò una parte minoritaria se confrontata con la conflittualità della Chiesa cattolica e della destra fascista.
L'antimassoneria di sinistra, fino al secondo dopoguerra, nasceva dalla convinzione che la natura interclassista della massoneria nuocesse alla causa del proletariato e che pertanto dovesse essere contemplata l'incompatibilità tra socialisti e massoni.
La proposta venne regolarmente fatta in tutti i congressi dei Partito socialista a partire dal 1904. Dopo che la questione non era stata discussa nel congresso del 1905, per mancanza di tempo, la direzione del PSI promosse un referendum per conoscere se la qualifica di massone costituisse "per un socialista uno di quei casi di indegnità morale e politica che, secondo lo Statuto, portano all'espulsione dal partito" 1 . I promotori del referendum non ottennero i risultati sperati. Il numero degli astenuti fu altissimo e su 37.921 iscritti solo 9.163 si pronunciarono per l'espulsione malgrado l'aperto sostegno del quotidiano l'Avanti! che conduceva da due anni una spietata polemica ritenendo la loggia "la chiesa della speculazione borghese e dell'avventurismo democratico borghese. È necessario - proseguiva il giornale socialista - votare per l'esclusione dell'elemento massonico dal partito e per l'intimazione ai compagni che sono massoni di dimettersi: o di qua o di là" 2 . In questa fase si distinse particolarmente un ex-massone, Paolo Orano, che raccolse i suoi scritti in un opuscolo intitolato La massoneria dinanzi al socialismo e che ritroveremo vent'anni dopo, a fianco di Mussolini, come intellettuale di punta del fascismo e convinto antisemita. La polemica antimassonica riprese durante l'XI congresso, tenutosi a Milano nel 1910, quando un delegato ripropose il problema dell'incompatibilità trovando l'appoggio del delegato della federazione di Forlì, Benito Mussolini, di Gaetano Salvemini e le nette opposizioni di esponenti come Podrecca, Modigliani e Lerda.
La mozione, grazie alla mediazione di Filippo Turati, si risolse con un nulla di fatto , ma il problema rimase latente e riesplose puntualmente in occasione del XIII Congresso che si tenne a Modena nel 1913. La polemica venne ripresa ancora una volta da Mussolini che appoggiò un ordine del giorno in cui si chiedeva che la massoneria fosse contrastata perché portatrice di quella "politica bloccarda nella quale si deformano i caratteri specifici dei partiti politici" 3 .
La mozione dopo lunghe discussioni non venne messa ai voti e trovò un ostinato oppositore in Giovanni Lerda. Quest'ultimo, brillante dirigente torinese, rassegnò le dimissioni (in seguito ritirate) per protesta. Il massone Lerda, principale candidato prima del congresso alla carica di segretario del PSI, dopo questo episodio non venne eletto, pagando pesantemente la sua coerenza.
La battaglia antimassonica raggiunse il suo apice in occasione del XIV Congresso che si tenne ad Ancona nel 1914. In quella assise vennero presentate due mozioni di segno opposto: una presentata da Giovanni Zibordi, in cui si chiedeva di sancire l'incompatibilità tra socialismo e massoneria e l'altra, presentata da Alfredo Poggi, in senso contrario.
Secondo Zibordi, "Noi combattiamo la Massoneria per la sua funzione attuale che reputiamo perniciosa per l'educazione socialista. Il socialista che militando nella Massoneria si illude di raggiungere più presto i suoi fini sociali, rischia di trovarsi accanto, nella Loggia, colui che nell'aperta arena dei conflitti economici o politici, troverà contro di sé, del proprio partito, del proletariato. Noi domandiamo se possa un cittadino tenersi legato a due discipline di istituzioni distinte, diverse ed avverse, senza sentirsi in grande conflitto fra la coscienza di socialista e la coscienza di massone. Il socialismo segue la sua strada e sale al meriggio, mentre la Massoneria tramonta e si allontana, per avere esaurito la sua funzione, dai primi ideali".
A questa presa di posizione rispondeva Poggi che ribatteva affermando che i principi socialisti e massonici avevano la stessa matrice e rifiutando la tesi dei massimalisti, secondo cui l'istituzione libero-muratoria era un partito. E ciò, secondo Poggi, in quanto essa "non da oggi, ma da anni accoglie i suoi militi da ogni partito senza riconoscere fra loro differenze di origine, di classi, di credenze e di condizioni sociali. Che se vi fosse qualche socialista il quale trovandosi nella Loggia massonica a contatto con avversari sentisse smorzarsi in animo l'impeto della lotta o attenuarsi la fierezza dei principi di classe, costui dovrebbe incolpare non la influenza massonica, ma la debolezza della sua coscienza".
La mozione di Zibordi, che invitava genericamente i socialisti iscritti alla massoneria a uscirne e dichiarava incompatibile per i socialisti di aderirvi, venne appoggiata da Mussolini, direttore dell'Avanti! e di fatto leader del partito, e integrata con un emendamento che invitava le sezioni del partito ad attuare l'immediata espulsione dei socialisti-massoni. Questa mozione così emendata ottenne 27.378 voti su un totale di 34.152, mentre la mozione di Poggi ebbe la fiducia di 1.819 votanti. Altre due mozioni presentate da Giacomo Matteotti, favorevole all'incompatibilità ma formulata in termini meno perentori di quella di Mussolini per "evitare processi inquisitoriali ed eventualmente delle espulsioni su semplici sospetti" 4 e da Montanari, che chiedeva il disinteressamento della questione, ottennero rispettivamente 2.296 e 2.485 voti.
L'antimassonismo della corrente massimalista si trasferì in toto nel Partito comunista d'Italia (PCd'I) nato da una scissione a sinistra del PSI.
Essendo il PCd'I una sezione dell'Internazionale Comunista (o Terza internazionale) fin dalla sua formazione, seguì fedelmente la politica stabilita a Mosca.
Il movimento socialista internazionale, unito dal punto di vista organizzativo nella II Internazionale, aveva subìto una grave crisi con lo scoppio della I guerra mondiale. Il dissidio tra l'ala sinistra, rivoluzionaria, e l'ala destra, riformista, si era aggravata fino alla totale separazione delle due componenti. Nel marzo del 1919, preceduto da un documento di Leone Trotsky dal titolo "Sul Congresso dell'Internazionale Comunista", nasceva a Mosca la III Internazionale.
L'Internazionale non era solo un organismo di collegamento tra i partiti nazionali, come era stata la II Internazionale, ma era una struttura gerarchicamente centralizzata che stabiliva la strategia dell'intero movimento comunista imponendo ad ogni partito membro i compiti necessari per sviluppare e consolidare la rivoluzione mondiale. Per tanto le direttive, anche quelle specifiche per i vari partiti nazionali, avevano valore vincolante per l'intero movimento.
Nel primo Congresso, che si tenne a Mosca nel marzo del 1919, la questione "Massoneria" non venne discussa. Ma già nel secondo, che incominciò a Pietrogrado e proseguì a Mosca nell'agosto 1920, la delegazione italiana del Partito Socialista Italiano presentò ufficialmente il problema che era stato uno dei cavalli di battaglia della corrente massimalista fin dal congresso dei 1904.
I delegati italiani tentarono di inserire come clausola per l'ammissione all'Internazionale Comunista dei partiti rivoluzionari l'epurazione dei massoni dal loro interno. Nella seduta del 29 luglio della commissione per l'elaborazione delle condizioni di ammissione all'Internazionale Comunista i delegati italiani annunciarono di aver presentato una mozione che obbligava i partiti aderenti all'Internazionale ad escludere dalle proprie fila gli appartenenti alla massoneria ritenuta come una organizzazione piccoloborghese. Essendo stata presentata come mozione e non come punto programmatico, la richiesta non comparve nella stesura finale del documento che fissava i ventun punti d'ammissione. La mancata inclusione dipese non solo da un cavillo procedurale ma anche dal fatto che l'assise comunista riteneva ovvia, visti i principi inconciliabili tra massoneria e comunismo, l'esclusione dei massoni.
Se durante il secondo congresso la richiesta d'epurazione dei massoni fu ritenuta ovvia, in occasione del terzo congresso la situazione peggiorò, tanto che Trotsky, all'epoca l'esponente di maggior peso dopo Lenin in seno all'Internazionale, nel corso delle assisi congressuali propose che l'adesione fosse proibita ufficialmente a tutti i membri del partito. Secondo Trotsky lo spirito borghese, la ritualità e la segretezza massonica rappresentavano un grave pericolo per l'azione rivoluzionaria e pertanto non erano ammissibili dalla dittatura del proletariato. La solidarietà "principio basico della massoneria, costituisce un serio ostacolo per l'azione rivoluzionaria. La massoneria rappresenta una grande forza sociale e per le sue riunioni segrete e la discrezione assoluta dei suoi membri rappresenta una specie di stato nello stato" 5 .
Le direttive di Trotsky furono approvate dal Congresso e di conseguenza tutti i partiti aderenti proibirono ai loro membri di affiliarsi alle logge massoniche.
Da questo momento Trotsky divenne il più accanito avversario della massoneria: tutti gli scritti e le risoluzioni antimassoniche adottate dall'Internazionale Comunista provenivano direttamente dalla sua penna.
Prendendo spunto dalla crisi del Partito Comunista francese, in occasione del IV Congresso che si tenne a Mosca nel novembre del 1922, il rivoluzionario russo risollevò il problema dell'incompatibilità, fissando questa volta precise direttive e scadenze improrogabili.
Alla luce della notizia secondo cui, malgrado il distacco dell'ala riformista, un ragguardevole numero di comunisti francesi apparteneva alle logge massoniche, veniva intimato specificatamente al comitato direttivo del Partito Comunista Francese, ma di fatto a tutti i partiti comunisti e in particolare a quello spagnolo e italiano, di recidere ogni contatto, individuale o di gruppo, con la massoneria entro il 1° gennaio 1923 e di espellere dal partito, entro la medesima data, i militanti che non avessero attraverso la stampa del partito comunicato la loro completa rottura con le Obbedienze massoniche.
Una speciale commissione composta dai maggiori dirigenti comunisti, tra cui Trotsky, Zinoviev e Bucharin, redasse una articolata risoluzione sulla questione francese, comprendente una dichiarazione d'incompatibilità tra massoneria e comunismo, che fu approvata dall'assemblea congressuale con due voti contrari e una astensione.
La risoluzione fu preceduta da un discorso di Trotsky comprendente uno specifico capitolo sulla massoneria 6 . Per Trotsky la massoneria era una questione nuova che si poneva agli occhi stupiti dei congressisti i quali non sospettavano, dato che la stampa comunista francese non ne aveva mai parlato, che, a distanza di due anni dal congresso di Tours, ci fossero ancora dei massoni all'interno del partito.
Un comunista, continuava l'oratore, non poteva appartenere a una organizzazione che era uno strumento della borghesia radicalizzante per "masquer son entreprise réactionnaire, sa mesquinerie, la perfidie dans les idées, l'esprit, le programme" 7 . L'Internazionale, secondo Trotsky, aveva ordinato al partito di creare un abisso con la classe borghese ma questo abisso non era stato creato: esistevano infatti passerelle, nascoste e mascherate, che permettevano contatti costanti.
Queste passerelle erano la massoneria e la Lega dei diritti dell'uomo e dei cittadini che permettevano contatti con le istituzioni del partito, la redazione del giornale, il comitato direttivo, il comitato federale. Un militante comunista non poteva condannare la società borghese corrotta e poi abbracciare, nelle logge massoniche, i suoi rappresentanti. I comunisti dovevano "affirmer l'incompatibilité complète et absolue, implacable, entre l'esprit révolutionnaire et l'esprit de la petite bourgeoisie maçonnique, instrument de la grande bourgeoisie!" 8 . Questa perentoria dichiarazione suscitò, secondo il resoconto stenografico dell'assemblea, gli applausi dei congressisti.
Le argomentazioni di Trotsky, pronunciate durante il IV Congresso, ottennero larga eco sulla stampa comunista internazionale. Il suo articolo "La massoneria forza controrivoluzionaria" venne pubblicato da varie riviste comuniste e dal quotidiano italiano socialista l'Avanti!.
In questo articolo, riprendendo i temi antimassonici di carrierismo, servilismo piccolo borghese, radicalismo e infiltrazione nel campo rivoluzionario presentati nelle assise congressuali, Trotsky concludeva che il problema era stato sottovalutato e non si poteva permettere che si prolungasse o addirittura si sviluppasse. La questione massonica era stata sottovalutata dai precedenti congressi dell'Internazionale in tal modo egli riconosceva alla delegazione italiana al II Congresso una visione lungimirante.
Anche se la richiesta d'espulsione dei massoni rientrava nel piano di bolscevizzazione dei partiti comunisti da parte dell'Internazionale, la questione della presenza di militanti e dirigenti comunisti iniziati nella massoneria era reale e con dimensioni sconosciute in altri paesi. Durante il congresso di Tours del 1920 la Sezione Francese dell'Internazionale operaia (il Partito socialista francese) si divise. La minoranza rimase, secondo una espressione di Leon Blum, nella "Vecchia casa" mentre la maggioranza guidata dal massone Marcel Cachin e da Ludovic Oscar Frossard diede vita alla Sezione francese dell'Internazionale Comunista che nel maggio del 1921 assunse il nome di Partito comunista francese. Vari massoni socialisti, o futuri massoni come Frossard, aderirono al nuovo Partito e ricoprirono incarichi dirigenti di primo piano. Nel primo Comitato direttivo, istanza suprema del partito, figuravano L.O. Frossard, segretario; M. Cachin, direttore dell'organo centrale "L'Humanité", il glorioso quotidiano fondato da Jean Jaurès e acquisito per merito del vecchio massone e comunardo Camélinat che deteneva la maggioranza delle azioni del giornale essendo tesoriere della SFIO; Antonio Coen, futuro Gran Maestro della Gran Loggia di Francia; Louis Antoine Ker e Victor Méric. Malgrado la massiccia adesione ma soprattutto il ruolo dirigente assunto da vari massoni il Comitato Direttivo accolse le istruzioni di Mosca di risolvere la questione entro il 1° gennaio 1923. La mancata pubblica rottura con la Massoneria comportava l'immediata espulsione senza il diritto di aderire mai più in futuro. Il nascondere l'appartenenza a una loggia massonica era considerata come un atto deliberato di penetrazione all'interno del partito da parte di un agente nemico ed esponeva l'individuo all'accusa d'ignominia davanti al proletariato. Però anche la rottura con la massoneria non significava assoluzione completa dato che il fatto di essere stato massone rivelava uno sviluppo insufficiente della coscienza comunista e della dignità di classe. Il "peccato originale" provocava la sospensione per due anni da qualunque incarico dirigente.
Le decisioni di Mosca provocarono un vero e proprio terremoto. L'adesione incondizionata della maggioranza del partito alle risoluzioni approvate dall'Internazionale Comunista delegittimarono le funzioni del segretario L.O. Frossard, contrario al nuovo indirizzo politico, che si dimise unitamente ad Antoine Coen. Altri come i giornalisti Henry Torrès, Georges Pioch, Victor Méric, Bernard Lecache, il deputato Charles Lussy e il sindaco di Boulogne-sur-Seine, André Morizet, tentarono di creare all'interno del partito, insieme a un centinaio di quadri intellettuali, un "Comitato di resistenza" ma vennero a loro volta espulsi. Louis-Antoine Ker darà le dimissioni dalla Massoneria ma sarà ugualmente escluso dalla direzione.
Con l'esclusione dei massoni iniziava la cosiddetta "bolscevizzazione" intesa come assimilazione e adattamento alle situazioni peculiari di ogni singolo paese dei principi e dell'esperienza dei bolscevichi russi. Dopo il Quarto congresso la questione massoneria non venne più affrontata dall'Internazionale Comunista.
Prima in Unione Sovietica e in seguito nei paesi del cosiddetto "socialismo reale", eccetto che a Cuba, la massoneria venne messa fuori legge e perseguitata come organizzazione controrivoluzionaria.
In Italia nel secondo dopoguerra continuò l'opposizione dei partiti d'ispirazione marxista nei confronti della massoneria, anche se cambiarono le motivazioni. Dal 1945 per il PCI la massoneria non era pericolosa in quanto portatrice di valori borghesi e interclassisti in seno alla classe operaia ma perché era diventata un centro di potere occulto fortemente manovrato dagli americani. L'atteggiamento della diplomazia statunitense a favore della ricostruzione della libero-muratoria italiana nell'immediato dopoguerra fornì elementi a favore della polemica antimassonica del PCI e della stampa comunista che pubblicò elenchi di fratelli e promosse indagini tra i dipendenti pubblici con l'esplicito scopo d'impedire l'accesso alle cariche pubbliche ai massoni.
Il PCI ha sempre mantenuto la clausola dell'incompatibilità nel suo statuto e a quanto pare, anche il PDS sarebbe sulla medesima linea. 1. F. CORDOVA, Massoneria e politica in Italia, Bari, 1985, p. 229.
2. Il referendum sulla massoneria, in "Avanti!", 21 giugno 1905.
3. C. CASTELLACCI, Le polemiche nei partiti socialisti, in "Critica sociale", 1977, n. 10, p. 20.
4. R. DE FELICE, Mussolini il rivoluzionario, Torino, 1965, p. 191.
5. J. A. FERRER BENIMELI, El contubernio judeo-masónico-comunista, Madrid, Istmo, 1982, p. 217.
6. Testo del Rapport au 4ème Congrès Mondial, pubblicato in "Bulletin communiste", n. 2-3, 1923.
Ora anche in L. TROTSKY, Mouvement communiste en France, Paris, Ed. de Minuit, 1967, pp. 250-54.
7. L. TROTSKY, Le mouvement communiste en France, cit., p. 250.
8. Ivi, p. 251.

Fonte - Carmilla

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